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giovedì, gennaio 07, 2016

A.D. MMXVI

Ah, i buoni propositi.
Che una li fa e poi non li mantiene.

Beh, sapete una cosa? Lo scorso anno e' stato un successo senza precedenti riguardo i buoni propositi: in questo post mi chiedevo sconsolata quanti di questi propositi avrei fallito e invece, beh, suca pessimismo non costruttivo!
Ho inanellato una serie di successi contro me stessa che chiama quasi al cappotto. Un po' come quando giocavo da sola a biliardino e ne prendevo comunque una caterva dalla squadra rossa.

Nel 2015 sono andata a correre (e mi sono stirata il muscolo del sedere, ma oh, dettagli) e sono andata in piscina all'aperto per BEN DUE VOLTE, e poco conta se ci sono andata il 23 ed il 27 dicembre, e' pur sempre 2015, no?
La casa e' dipinta a 3/4 e vabbe', ce lo stiamo facendo fare da altri, ma come bonus ho strappato l'odiosissima carta da parati rosa a fiorellini della nonna nella stanza degli ospiti.
Ci ho pure trovato la muffa e probabilmente dovremo spendere un fagottino di soldi per fissare il problema, ma oh, mica nessuno ha mai detto che i buoni propositi arrivano senza conseguenze.

E poi ho viaggiato, ho visto ben 2 paesi in cui non ero mai stata, ho macinato la solita dose di chilometri intorno al mondo e ci ho anche incastrato un weekend nel Wairarapa, pari pari a quello che mi ero riproposta di fare.
Ho pure imparato a fare la rosticceria palermitana da servire durante le pink ribbon breakfast!
Le buone azioni magari potevano essere di piu', anch'esse come i litri del nostro limoncello non sono mai abbastanza, ma la mia casa e' sempre stata aperta per chiunque avesse bisogno di un riparo nella notte...o molto meno drammaticamente di due spaghi in compagnia.

La bonta' e la tolleranza verso il prossimo, invece, non sono ancora pervenute. Lo farei tanto come buon proposito del 2016, ma questo e' un anno bisestile, ti ci porta ad essere cattiva, dai. Posso solo  promettere che quest'anno non provero' a conquistare il mondo, portandolo finalmente sulla retta via sotto la mia tirannia illuminata. Per fare cio' ho bisogno di un po' piu' tempo, ma non molto, tranquilli.

Quindi ho deciso: per questo giro intorno al sole non mi metto nessun buon proposito, vada come vada. (che tanto la vittoria dell'anno scorso chi la eguaglia piu'? meglio lasciare il gioco da vincitori, va'). Lo scorso hanno abbiamo lanciato un sassolino e adesso lo stiamo aiutando a rotolare. Il mio impegno sara' quello di farlo diventare una bella valanga. Se ce la facciamo sara' bellissimo, se rimarra' un sassolino e si posera' delicato in fondo al pendio, beh, almeno posso dire di averci provato.
Auguratemi buona fortuna, che tanto quella, come ogni anno, ci vuole senz'altro.

In alto i calici stracolmi di Vitamina R e brindiamo al decimo anno del blog e sopratutto ad un nuovo anno domini pieno di feste, avventure, amici e tutto quello che ci serve per essere felici!

Ah, ovviamente non ho ancora un gatto.





sabato, novembre 14, 2015

War never changes.

Un paio di giorni fa istalliamo il nuovo Fallout 4, ghignando felici all'introduzione - scene di eserciti in marcia alla vigilia di una guerra atomica mondiale- e ripetendo all'unisono con la voce fuori campo il "motto" del videogioco:

War, war never changes.

Ieri mattina accoccolati nel letto, ci godiamo la pigrizia del sabato guardando al pc la partita dell'Italia e parlando dei programmi del giorno. Programmi della quotidianità più pura: c'e' da passare l'aspirapolvere, fare la spesa, giocare a Fallout, passare la serata con amici.

Poi il telecronista, lievemente agitato, dice che appena finito il collegamento dallo stadio devono lasciare spazio ad un'edizione straordinaria del TG.
Edizione straordinaria, alle undici di sera. Gia' si capisce che non c'e' nulla di buono.
Poi inizia: immagini di guerriglia, stime di morti che aumentano ad ogni minuto, cronisti che fanno domande stupide perché non sanno come riempire il vuoto, l'attesa. Parigi colpita di nuovo.

L'immagine che più mi rimane dentro e' quella della gente nello stadio, sul campo di gioco, ore dopo la fine della partita: gente che si abbraccia, lo sguardo perso di chi non capisce come una serata di divertimento si sia tramutata in questo incubo. Irreale. Poche ore prima pure io avevo passato il mio venerdì sera allo stadio, con gli amici, bevendo birra e ridendo delle papere di un portiere.
E mi salgono i brividi.

Questa gente ha colpito persone normali nella loro quotidianità: uscendo da cena, andando allo stadio, ascoltando un concerto. Lo hanno fatto in maniera gratuita, in nome di un dio che non esiste, spinti da un odio che invece e' decisamente reale.

Ma la cosa peggiore, la cosa che mi ha fatto nascondere la testa fra le mani e' stata la mia prima reazione: vedendo quelle immagini, sentendo quei numeri, l'istinto più forte e' stato quello dell'odio.
Odio verso chi e' diverso da me, verso chi mi può colpire laddove mi sento più sicura, verso chi mi vuole spaventare. Annientiamoli, facciamoli sparire dalla faccia della terra.
Lo so, mi vergogno anche mentre lo scrivo, ma questa e' la realtà più diffusa di noi esseri umani: al tuo odio io so rispondere istintivamente ed immediatamente solo con altro odio.
La paura di chi e' diverso porta all'odio verso ciò che non si capisce, instaurando quel noi contro loro vecchio di millenni che porta solo ad una, inevitabile, conclusione.

Guerra.

Quando mi sono accorta di cosa stavo provando, mi e' venuto da piangere.
Perché dovrei ormai saper bene che si reagisce all'odio con altro odio non arriveremo mai ad una soluzione. Non riusciremo mai a capirci, a tollerarci, a convivere, ad evolverci come specie.
Ciononostante, ieri mattina io ho odiato persone che non conosco. E non solo quei mostri che hanno ucciso così tanta gente, loro continuo ad odiarli pure adesso, indipendentemente dalla loro nazionalità, credo o colore della pelle. Il problema e' che con loro ho odiato la loro cultura e tutte le centinaia di migliaia di persone - persone normali, persone con problemi, sogni e una quotidianità simile alla mia - che a quella cultura appartengono.

Forse la chiave dovrebbe essere proprio questa, cercare di non perdere contatto con il resto del mondo, capire che dietro l'atto mostruoso di pochi folli non si schiera e non si schiererà mai tutto un popolo. Ma vedendo quelle immagini e realizzando la rabbia e la paura che hanno suscitato, la speranza che si possa trovare una soluzione a questo divario colmo di odio che adesso sembra dividere così nettamente due culture e' sinceramente remota.
Ed e' cosi' che la storia si ripete da millenni: andare contro l'altra fazione per soldi, potere o supremazia, spesso in nome di un dio che non esiste e se anche ci fosse starebbe lassù a farsi i cazzi suoi senza nemmeno gettare uno sguardo su questo mondo che adora farsi del male.

Perche' la realtà e' davvero troppo simile al motto di un videogioco.
Perché la guerra, la guerra non cambia mai.


venerdì, agosto 07, 2015

Ohana vuol dire famiglia

"Ohana vuol dire famiglia.
Famiglia vuol dire che nessuno
viene lasciato indietro
o dimenticato"

E' uno dei pensieri ricorrenti di noi quaggiu', a voce non ce lo diciamo quasi mai, ma diventa palese quando succede qualcosa d'importante o semplicemente se ci fermiamo a pensarci su, come fa la Viviana in questo bellissimo post, a cui voglio allacciarmi per cercare di spiegare cosa sia questa nostra strana Ohana neozelandese.

Ohana vuol dire famiglia. Ma noi che siamo da questa parte del mondo la famiglia l'abbiamo lassu' lontana; il nostro piccolo gruppo di parenti ed amici che e' stato da sempre il nostro nido, il nostro punto di riferimeno, il nostro appiglio sicuro nei momenti di difficolta', adesso e' dall'altra parte di due oceani. E si', e' ovvio che ci siamo sempre gli uni per gli altri, che la nostalgia e la voglia di stare insieme sono ancora forti e luminose come un diamante dentro di noi, ma nella vita di ogni giorno, inutile negarlo, non possiamo essere totalmente presenti.

All'inizio una pensa che ce la puo' fare anche da sola; in due, poi, in teoria siamo gia' una piccolissima famiglia, chi ha bisogno degli altri? Gli altri pero', piano piano arrivano. E ti entrano sotto la pelle. Sono kiwi, sudafricani, europei...ed italiani. Ti rendi conto che - forse involontariamente o forse no - ti stai circondando di persone con cui vuoi condividere la tua vita, a cui ti affidi nei momenti di bisogno, con cui passi Pasqua e Natale. 
E' un tipo di amiciza particolare, che ti fa sentire tranquilla, protetta, parte di un qualcosa, in un posto che senti tuo solo da poco tempo.
 
Ed e' una sensazione ancora piu' forte se queste persone sono altri espatriati, molti di loro, ma non tutti, italiani come te. Ci riconosciamo nelle vicissitudini, nelle emozioni e nelle esperienze di queste persone un po' speciali, ci scegliamo a vicenda perche' stiamo bene insieme, come nelle amicizie piu' belle, ma piano piano il nostro rapporto diventa qualcosa di diverso, di collettivo. 
Fai un colloquio di lavoro? Mandi un sms a casa che leggeranno fra ore e poi chiami subito noi qui.
Ti ricoverano all'ospedale per una puntura di vespa? Chiedi aiuto a qualcuno di noi qui.
Il tuo ragazzo ti lascia? Ti affidi subito alle amiche qui. Poi ne parli anche alle altre, quando si svegliano, quando stai un po' meglio.


Ci consideriamo 'amci' - e siamo pure stupiti dall'essere riusciti a creare una rete cosi' forte di amicizia al di la' del mondo ed alla nostra eta' - ma la realta' e' che siamo qualcosa di piu' gli uni per gli altri: tutti siamo disposti a dare quel briciolo in piu', siamo disposti ad aprirci quella frazione in piu', a passare sopra alle piccole cose a fare l'extra mile, il passo in piu', per poterci vedere, stare insieme, supportarci a vicenda.
Vorremmo vivere in una corte, per passare le serate 'a veglia' nel cortile comune come facevano i nostri nonni.

La verita' alla fine e' semplice: siamo una famiglia. Una famiglia dispersa da Auckland a Dunedin. Una famiglia sgangherata, che si conosce poco ma si capisce tantissimo. Una famiglia che abbiamo deciso di creare dal nulla, di comune accordo. Surrogata, non comparabile all'originale, ma bella e preziosa.

Dove nessuno viene lasciato indietro o dimenticato.



mercoledì, luglio 22, 2015

Distractingly Sexy!

Con tipo un mesetto di ritardo, ma arrivo anche io a dire la mia sull'argomento.
Come spero tutti sappiate, il premio nobel Tim Hunt durante un discorso ad una cena di una conferenza se ne esce con questa simpaticissima (ma proprio tanto eh) battuta su cosa accade se ci sono donne nei laboratori:

“Let me tell you about my trouble with girls. ‘Three things happen when they are in the lab. You fall in love with them, they fall in love with you, and when you criticise them, they cry.”

"Fatemi raccontare dei miei problemi con le donne. Tre cose accadono quando ci sono donne in un laboratorio: ti innamori di loro, loro si innamorano di te e quando le critichi, loro piangono."

Ovviamente non mi metto neppure a discutere quanto possa essere fuori luogo un commento del genere, anche (o soprattutto?) se scherzoso, da parte di una figura scientifica prominente. Basta spulciare un paio di statistiche fornite da Google per vedere che le donne nel mondo della ricerca rappresentano solo il 12% dei ricercatori, vengono pagate meno e hanno piu' difficolta' a fare carriera: un terzo dei dottorandi sono donne ma solo 1 su 10 diventa professore universitario.

Insomma, Tim, tesoro, sei stato un bel pirla e ti meriti il ciclone mediatico che si e' creato intorno a te. Fra l'altro un ciclone bellissimo, cavalcato con grande ironia dalle ricercatrici stesse, che hanno coniato il fantastico ashtag #distractinglysexy e si sono messe a postare foto di loro al lavoro e di quanto in effetti possano essere sexy quando indossano una tuta isolante o hanno passato la notte a controllare un sismografo.
E' quando succedono cose del genere che adoro la rete, e la parte geniale dell'umanita' che sa prenderla con quella giusta dose di sarcasmo ed ironia. Il video qui sotto e' solo uno dei tanti che raccolgono un po' di quelle foto e mini video che hanno invaso la rete un mesetto fa:


Detto questo, pero', vorrei soffermarmi su quelle parole e su come sono state interpretate da tutti - all'inizio me compresa.
La prima cosa che salta agli occhi e che da' subito noia e' ovviamente la parte del fatto che uomini + donne a stretto contatto = innamoramento. Un commento di un sessista che scansiamoci tutti.
Passi tante ore insieme, hai probabilmente diverse cose in comune, beh, ci sta che ti innamori.
Come puo' succedere ovunque.
Perche' questo dev'essere un problema? Stara' un po' a te vedere se e' il caso di contenerti o no, come accade tipo in qualsiasi altro ambiente sociale: uffici, classi, palestre, facebook.
Quindi ovviamente la protesta maggiore e le foto migliori, nonche' lo stesso ashtag, si sono focalizzate su questa parte, che in effetti si colloca bene sulla via che potrebbe finire col famoso "se l'era cercata".

Ma a me, sinceramente, fa molta tristezza anche la seconda parte ed il modo in cui e' stata interpretata da tutte. "Se le critichi, loro piangono".
La mia prima reazione, allineata a quella del resto del mondo femminile, e' stato un bel vaffa. Noi mettiamo al mondo figlioli e sanguiniamo copiosamente una volta al mese, secondo te siamo cosi' deboli da piangerci addosso se qualcuno ci critica? E varie altre versioni sulla stessa linea: noi donne non siamo fragili e piagnone, sappiamo sopprtare le critiche, abbiamo piu' coglioni di voi (perche' spesso ce ne servono di piu') etc.

Beh, fatemelo dire. Questo discorso e' totalmente, incredibilmente e disperatamente sbagliato.
E' una delle cose che ti fa capire quanto ancora il mondo del lavoro sia lontano da una vera e propria parita' fra i sessi. Perche' noi tutti, uomini e donne, stiamo ancora crescendo in una cultura in cui l'ambiente lavorativo e' maschile. Anche in settori pieni di donne. E non lo e' solo per i fatti elencati prima: meno posti di lavoro, stipendi piu' bassi, difficolta' di far carriera. Questi sono dati macroscopici, chiari a tutti e a cui si puo' cercare di trovare rimedio.

Mentre e' molto piu' difficile trovare un rimedio per il pregiudizio inconscio che deriva dalla cultura in cui cresciamo. Ed questa cosa delle lacrime ne e' un esempio lampante:
Ditemi, cosa c'e' veramente di sbagliato se si reagisce ad una critica piangendo?
Sinceramente, perche' vi da' noia se una collega (o un collega) vi scoppia a piangere in ufficio dopo che l'hanno criticata?
Tu tieni al tuo lavoro, fai uno sbaglio, ricevi una critica - magari dura - e ti sfoghi da tutta la frustrazione e l'imbarazzo scoppiando a piangere. E' una cosa liberatoria, ti aiuta ad esternare emozioni brutte invece di interiorizzarle e soffrire e dopo magari ti senti meglio e pronta ad aggiustare la cosa.
Perche' invece viene visto come un problema (da parte di un uomo) o un'offesa (da parte di tutte le altre donne)?

Perche' e' un comportamento tipicamente femminile, stereotipato sulla più classica damigella in difficoltà, generalmente difficile da gestire - soprattutto da parte degli uomini, ma anche di molte donne - e quindi visto come una debolezza ed un'interruzione della normalita'.
Con la conseguenza di essere vissuto con disagio e quindi inconsapevolmente condannato da tutti come qualcosa di cui vergognarsi.

Ecco, finche' questo continua ad accadere, finche' le donne si dovranno, spesso incosciamente, travestire da uomini sul lavoro, non potremo mai avere una vera parita' nel mondo lavorativo, continuando a perdere quelli che io penso siano i benefici enormi dati dal poter finalmente creare una simbiosi tra il modo di pensare, agire e vivere maschile e quello femminile.

Ma come si cambia un modo di pensare così radicato anche nei paesi più all'avanguardia per i diritti sociali?
E quante generazioni ci vorranno ancora per cambiare tutto questo, ammesso che davvero si riesca a cambiare?




martedì, giugno 09, 2015

Quasi a casa

C'e' questo ristorantino nascosto da qualche parte in un sobborgo di una citta' degli antipodi.
Il locale e' un vecchio irish pub e siccome e' considerato 'storico' nessuno puo' cambiare i suoi interni, decorazioni di legno, vetri colorati e sedie comprese.

Pero' adesso e' un ristorante italiano, anzi un'osteria romana, e sulle sue  pareti abbondano vecchi poster di film di Sordi o foto Fabrizi e compagnia bella. Dalle casse escono canzoni di De Andre', De Gregori, Guccini, Conte.

Non mi chiedete perche', ma questo connubio di colture diverse crea un'alchimia perfetta, ti far venir voglia sempre di rimanere altri cinque minuti.

I gestori, cuochi, cantanti e tuttofare del posto sono un italiano ed un argentino e la passione per quel che fanno e' palese sia nei loro occhi che nel cibo che si inventano, cambiando il menu in continuazione: piatti semplici ma di antichi sapori, come la trippa o la pizza fritta o gli spaghetti alla bottarga e acciughe.

Cosi' capita che una sera d'inverno ti trovi invitata al compleanno di Andrea, la moglie di uno dei cuochi, personcina meravigliosa che ha appena varcato la soglia dei trent'anni ed ha ben pensato di fare una bella festa per tutti al ristorante. E' lunedi' sera - e gia' questo ti fa sentire bene, che con l'unica zia ristoratrice noi in famiglia s'e' sempre festeggiato tutto di lunedi', pure il mio matrimonio - e dietro le porte chiuse del locale ti aspettano pizze, vino ed un intero maialino allo spiedo. Si mangia in piedi tutto questo ben di dio, si ride, si conosce gente nuova e si salutano facce note.

Poi Giulio ed Emilio tirano fuori le chitarre e cantano senza fermarsi. Cantano canzoni popolari, canzoni che conosci anche se non le sai, anche se sono in un'altra lingua. Ti pare di sentire Dorme Firenze o Luna Rossa, come le cantavano i tuoi genitori con i loro amici alla fine di serate piene di vino e cibo nell'aia del nonno.

E tu, tu ti senti quasi a casa.
Quasi, perche' quel ristorante non e' la tua casa, e' la loro, ma e' una casa e come tale un posto un po' speciale. E quella sensazione di casa, di familiarita', di cose che ti appartengono e ti fanno star bene e' talmente forte in questa notte di lunedi' di inizio inverno che tu non puoi fare a meno di essere felice ed andartene a dormire con un bel sorriso stampato sulla faccia.


lunedì, marzo 02, 2015

Basta un poco di zucchero.

Stamani mi sono accorta di essere felice di me stessa.

Nonostante sia lunedi'.
Nonostante sia al secondo giorno di mestruazioni. Ritensione idrica ed ormoni stanchi non hanno avuto la meglio.

Stamani mi sono messa le birkenstock argentate che mi aveva regalato la mamma, cosi' posso ammirare di sfuggita lo smalto rosa corallo ai piedi mentre li stendo al sole.

Ho pantaloni di lino beige e fluenti, una canottiera blu scura ed una camicia di cotone leggera leggera e celeste come le nuvole. Le mani che stanno stringendo la tazza del caffe' hanno anche loro le unghie corallo,  cosi' vivo sulla pelle ancora leggermente abbronzata.

Guardo il cielo con gli occhi nascosti dagli occhiali da sole vintage e lascio che i miei capelli corti e scompigliati si arruffino ancora un po' di piu' al vento. C'e' odore di mare nell'aria di quest'estate anomala che pare infinita.

Ed io mi sento soddistatta. E felice. E bella.

Domani e' il mio compleanno. Mi ci sono voluti 36 anni ed una persona meravigliosa al fianco per vedermi bella.
Adesso mi piacciono le mie rughe. Mi piacciono le cosce con la loro cellulite, il pelo sul neo che devo strappare ogni settimana e le occhiaie sotto gli occhi che sembrano non abbandonarmi mai. Mi piacciono le mie sopracciglia ribelli ed incolte e la macchia della pelle che mi e' spuntata su una guancia.

Credo di essermi affezionata addirittura ai miei denti storti.

La vita e' troppo breve per perdere tempo dietro stupide ossessioni verso un corpo in continuo cambiamento. Amare se stessi non e' solo piu' bello, e' anche piu' facile. Perche' facciamo cosi' fatica a capirlo?

Ciao, sono Elisa, ho 36 anni e mi sento bellissima, perfino piu' bella di tutti i gattini dell'internet.

mercoledì, febbraio 18, 2015

Marta

Marta e' la professoressa universitaria che mi diede 29 ad un esame perche' pur sapendo tutto, lo esponevo troppo in fretta. (L'unica che non si sia mai fatta fregare dalla mia infallibile tecnica del supercalifragilistichespiralidoso)
Marta e' stata la relatrice di tesi piu' preparata e disponibile che qualcuno possa mai avere.
Marta, spero, e' diventata un'amica, anche se la vita ed i chilometri ci hanno poi allontanate.

Marta mi ha regalato uno degli insegnamenti piu' grossi nella mia vita.

E' stata la prima persona che mi abbia mai offerto un lavoro pagato. E se n'e' pure scusata.
Perche' nonostante per me 2000 euro in 4 mesi per digitalizzare una mappa geomorfologica fossero tipo una sorta di miracolo caduto dal cielo, lei sapeva che erano una forma di sfruttamento del lavoro qualificato.
Ma a differenza di tutti gli altri, lei te lo diceva in faccia: che i soldi erano quelli, ma che erano pochi per il lavoro richiesto e che dovevo prenderla tranquilla, non venire tutti i giorni e lavorare da casa ogni volta che volessi.

E' stata la prima persona che mi abbia mai detto che il mio lavoro vale e non dovrei mai svenderlo solo per paura di perdere un contratto. Solo che allora, in quello strato epifitico di giungla tropicale che e' il mondo del lavoro per neolaureati in Italia, io non potevo capire cosa intendesse. Pensavo che i giovani come me non si potessero permettere il lusso di credere che il lavoro dovrebbe essere ricompensato giustamente, sempre.


venerdì, gennaio 09, 2015

il tuo Dio.

(post potenzialmente offensivo per molti in quanto frutto di uno sfogo di rabbia e di un'opinione prettamente personale. Se non vi va di leggere, non continuate oltre)



lunedì, ottobre 06, 2014

Imperfetto

Non viene naturale a tutti, questo tipo di imperfetto.

Ma ci si abitua velocemente e in un attimo pare sia passata un'eternità da quando parlavamo di voi e coon voi che ve ne siete andati usando il presente. O addirittura il futuro, ineffabile e mai garantito.

Gli era, faceva, stava sostituiscono con naturalezza gli e', fa, sta e finche' non ci fermiamo a pensare non ci rendiamo conto che siano passati solo giorni, settimane o pochi mesi dall'ultima volta che abbiamo usato il presente con voi.

E' questo pensiero stupido che mi accompagna in una mattina assolata di un settembre bellissimo che a volte mi pare solo la Toscana possa regalare. Mi accompagna mentre chiacchiero in macchina con la mamma ed un'amica, mentre scendo e passeggio in mezzo ai cavalli, accarezzo uno dei gatti randagi e vengo a posare una piantina con delle bacche rosse accanto a quell'incisione già sbiadita che ti fa da lapide.

E li', in piedi intorno a te, ricominciamo ad usare questo imperfetto: era una persona speciale...conosceva tutti e tutti le volevano bene...partecipava ad ogni iniziativa...aveva così tante passioni...il suo cuore era così grande.

Imperfetto.

Come se le vite finite non lo siano in realtà mai del tutto.
Come se rimanessero sospese, intrappolate in un circolo di rievocazioni, non cristallizzate ma fluide nei nostri ricordi grazie proprio all'uso di questo tempo verbale.

Imperfetto.

Come quel mondo che ha permesso che ci lasciaste soli così presto.

mercoledì, luglio 16, 2014

Surrogati antipodiani

Noi siamo quel piccolo (?) gruppo di gente con la valigia. Quelli che a casa loro - che poi appunto chissa' dov'e' questa casa - ci stavano un po' stretti. Quelli che avevano voglia di partire, visitare, sperimentare in posti piu' lontani.
E quindi piu' o meno bene, piu' o meno velocemente, abbiamo accettato anche i lati meno esaltanti dell'andarsene via.

Pero' a volte capita che ti succedano cose importanti ed anche se tu non lo realizzi o non lo ammetti a te stessa, ti farebbe piacere condividerle con le persone a te piu' care. Che magari in quel preciso momento storico se ne stanno a letto dall'altra parte del mondo.
O, se ti va bene, puoi raggiungere giusto via Skype.

Allora ti guardi intorno e ti accorgi che questo sparuto gruppo di compaesani con cui condividi le tue esperienze qui agli antipodi non e' certo la tua famiglia, ma puo' essere un ottimo surrogato di essa, all'occorrenza. Ed e' bello.

Poi un giorno capita a te di essere chiamata in causa a far da surrogato. Ed e' ancora piu' bello.
E tu ce la metti davvero tutta, con tanto di consigli di trucco e vestiario fino a far finta di capire benissimo tutti quegli strani segni sulla lavagna.

Non e' la stessa cosa, destino crudele di qualsiasi surrogato, pero' speri che aver avuto una faccia amica li' con cui condividere il momento lo abbia reso almeno un po' piu' speciale. Beh, per te di sicuro lo e' stato!

Dottora!
(e comunque adesso io so come si possono rappresentare due stati con l'entranglemnent o senza e voi no. Tie')


martedì, giugno 17, 2014

L'Italiano di Merda

Ci hai il marito appena operato al ginocchio che non riesce a stare fermo dal dolore ed ha pure la febbre a 39. Gli hanno fatto passare la notte con la gamba legata perche' gli era parsa una brillante idea, ma quando l'ha saputo il primario a momenti partivano gli scappellotti.

Quindi sei, come dire, un'attimo preoccupata e dato che ci hai pure piu' di 70 anni sei anche molto ma molto stanca. Prima di tornare a casa ieri sera incontri il dottore di turno e gli chiedi un po' di notizie, soprattutto per via di questa febbre alta che non fa dormire tuo marito e fra l'altro lo sta rallentando tantissimo nella riabilitazione. (che va solo a sommarsi al fatto che nel weekend i fisioterapisti non ci sono e quindi nessun esercizio, arrangiatevi).

E il dialogo e' piu' o meno questo:
M(amma): "Salve dottore, mio marito ha ancora la febbre alta, avete capito come mai?"
D(ottore):"Ah e noi che ne sappiamo signora."
M:"Beh, dottore, se non lo sapete voi...e' sicuro che non ci sia, chesso', un'infezione?"
D:"Nono, gli diamo due flebo di antibiotici il giorno, quindi e' tutto sotto controllo."
M:"Ah grazie mille, pero' mio marito non riesce a dormire per via della febbre, non sarebbe possibile dargli una tachipirina per vedere se riposa meglio?"
D:"Senta signora, ma lei che lavoro fa?"
M:"Oh che lavoro vuole che faccia, dottore, sono pensionata."
D:"Ecco, ed invece io sono il Dottore, quindi lo so io cosa fa bene o no a suo marito. Buonasera"

Ovviamente la mamma non se n'e' andata senza avere l'ultima battuta (del tono "buonasera a lei, Dottore, io le augurerei volentieri che ci fosse sua  moglie al posto di mio marito, ammesso che lei ce l'abbia, una moglie.) e l'episodio in se' si e' concluso li'.  Che mica c'e' nulla di grave in questo dialogo.
C'e' giusto l'ennesimo esempio di come spesso ti puoi ritrovare davanti al classico esemplare di Italiano di Merda, ovvero il cultore del 'lei non sa chi sono io', colui che in qualche modo deve far valere la sua superiorita' a tutti i costi, perche' vuoi mettere poi come dormi meglio una volta sfogate le tue frustrazioni meschine contro una persona stanca e preoccupata? Po-po-po-popopo. Bello vincere facile,eh?

E lo so che alcuni di voi - come ha fatto notare pure lo Stregone - potrebbero obbiettare che i dottori in corsia devono fare spesso i conti  con parenti supponenti che sono sicuri di possedere la verita' assoluta su come curare il loro caro e la cosa a lungo tempo ti puo' logorare, pero' io non sono d'accordo: se il tuo lavoro e' quello del medico di corsia, l'aver a che fare con gente stressata e' parte integrante del tuo mestiere. Se la cosa ti da' fastidio, beh forse dovevi fare il paleontologo specializzato in microfossili. Tranquillo che cosi' non ti veniva a disturbare nessuno.

Dal resto del personale di corsia, come ad esempio gli infermieri, tutti pretendiamo sempre non solo professionalita' ma pure cortesia e disponibilita', mentre ci va bene se certi dottori si sentono in diritto di comportarsi nei tuoi confronti un po' come gli pare, come se loro avessero ricevuto la mistica infusione della Conoscenza e tu invece sei solo una caccola sulla crosta terrestre.
Beh, caro mio, sai che ti dico? Puoi anche aver la migliore media di voti della storia della Scienza, ma se non riesci a dialogare con i tuoi pazienti e i loro preoccupati parenti, non sarai mai un buon dottore. Al massimo puoi aspirare a diventare l'ennesimo Italiano di Merda.

giovedì, maggio 29, 2014

Save the boobs!

E insomma, dopo tanta tristezza, ecco una doccia (rosa) di buon umore a risollevare le anime un po' abbacchiate: domenica scorsa, dopo un battage mediatico senza precedenti, si e' finalmente tenuta la Pink Ribbon Breakfast.
Al grido di Save the Boob! Salviamo le Tette! si e' presentata in Jacaranda un'orda rosa di donne - e uomini, per la gioia dello Stregone! - pronti a dare, e mangiare, il massimo contro il maledetto cancro al seno.

E com'e' andata, direte voi piccole anime curiose? Eeeeeeeeh.....

mercoledì, maggio 21, 2014

Da quando non ci sei

Una settimana dopo ed il mondo va avanti lo stesso.
Incurante del fatto che tu non ci sia piu', continuano ad alternarsi notti e giorni, maree e nuvole. Noi ci alziamo la mattina, si va al lavoro, si fa un po' di sport, si mangia, si beve con gli amici e si va al cinema.

Pensa che sabato sera sono andata a cena in un ristorante etiope! Ed era buono e soprattutto si e' mangiato tutto con le mani, come mi sono divertita!
Poi pero' domenica non sono voluta andare a cavallo. Lo so che ti arrabbieresti se ti dico che l'ho fatto per tristezza e quindi m'inventero' una scusa, diciamo che non ci sono andata perche'  mi sono svegliata tardi.

Mi hanno detto che la chiesa era strapiena. Che hanno applaudito quando sei uscita. Che il coro era bellissimo e i bimbi hanno cantato per te - ma non per l'ultima volta, perche' sono sicura che ogni volta che canteranno di nuovo sara' per te.
E poi alla fine un bel gruppo di persone ti ha dato retta ed e' andato a mangiare una pizza insieme, come avevi chiesto tu.  Spero fosse buona quella pizza, che a te piaceva un sacco andare a cena fuori.

Ho letto di nuovo l'ultima chat che abbiamo avuto e finiva con io che ti dicevo che questa volta - passata questa "cosa" - dovevi davvero venire a trovarmi e tu che rispondevi sicura con un "assolutamente!". E ci credevamo entrambe, perche' lo sapevamo entrambe che tu, pazza come sei sempre stata, prima o poi avresti trascinato tutta la famiglia in questa avventura in camper nella terra di mezzo.

Chissa' quando hai capito che invece non ce l'avresti fatta. Che questa volta - la piu' importante - avevi perso. Una sconfitta ingiusta e traditrice. Perche' lo sappiamo tutti che l'avevi capito e sono sicura che tu abbia cercato in tutti i modi di lasciare un vuoto un po' piu' piccolo di quello che invece proviamo adesso.

Ci hai detto che dobbiamo continuare a sorridere perche' per te la vita questo e' stata, un sorriso continuo.

Quei molti che come te credono - e che io invidio sempre in questi momenti - sorrideranno pensandoti in un posto migliore, a portare bagarre e risate anche la'.
Gli altri, quelli come me, cercheranno invece di sorridere con i ricordi, che sono tanti e bellissimi, e andranno avanti come sempre ma con un posto di cuore dedicato per sempre a te, alla tua pazzia, alla tua risata contagiosa e alla tua gioia di vivere.

Non ti dimenticheremo. Mai.



giovedì, maggio 08, 2014

Con il nastro rosa

In diversi mi hanno fatto i complimenti perché ho deciso di aderire a questa bella iniziativa della 'Pink Ribbon Breakfast', ovvero l'organizzazione di una colazione a casa propria a cui invitare tutti gli amici per stare in compagnia e raccogliere donazioni a favore della ricerca conte il cancro al seno.

Ma io non l'ho fatto perché sono una bella persona, l'ho fatto per egoismo.

Io sono stufa. Sono stufa di vedere questa bestia malefica che si avventa contro persone a me care. Che poi le sceglie bene lui, le donne da distruggere. Prende le più vitali, le più forti; quelle che quando entrano in una stanza la illuminano con il loro sorriso o anche solo con la loro presenza. Le sue vittime preferite sono quelle amiche solari, frizzanti, positive la cui sola compagnia basta per farti sentire più leggera, se sei così fortunata da conoscerle.

E sapete loro come reagiscono?

Io mi nasconderei in casa a piangere, mi vergognerei del mio aspetto e mi lamenterei del destino crudele che si accanisce sempre con me. Sarei una preda molto facile.
Loro invece ti sorridono quando ti danno la notizia. E la settimana prima di andare a farsi la chemio si tagliano i capelli modernissimi e se li fanno biondi ossigenati, poi ti guardano e con una voce che tradisce lievemente sfida ed imbarazzo ti dicono:"Sai, ho sempre voluto vedere se stavo bene con questo taglio e questo colore, finalmente mi sono decisa! Tanto fra poco me li rado a zero...".
E te un po' ridi ed un po' piangi e le abbracci forte.

Loro, a quella bestia, gli danno del filo da torcere.

Ed alcune vincono.
E guardando quella distesa di cicatrici che un tempo era il loro seno, trovano - ancora! - la forza di sorriderti e dirti:"ah, io al chirurgo plastico gli dico che avevo la terza; tanto mica se ne accorge più che avevo una seconda scarsa ed almeno d'ora in poi finalmente mi si vedranno un po' di tette!"
E te un po' ridi ed un po' piangi e le abbracci forte.

Poi invece alcune perdono.
E tu non ci vuoi credere, non ci puoi credere. Donne bellissime, forti, coraggiose, attive, che fino a pochi mesi prima galoppavano in sella al loro cavallo e sognavano di venirti a trovare ed adesso se ne stanno andando. Ferme su una sedia a rotelle, perdendo piano piano la capacita' di fare qualsiasi cosa. Loro che hanno aiutato così' tante persone ed adesso hanno bisogno di tutto per continuare ad aggrapparsi ad una vita che le ha tradite così biecamente.

E loro, che io so non rivedrò, loro sanno benissimo cosa sta succedendo. Che questa volta, la più importante, hanno perso.
Pero' ti guardano e ti sorridono.

E quel sorriso riesce ancora ad illuminare ed a far ritrarre le tenebre che le circondano.

Io voglio un mondo dove queste donne non perderanno più e noi non perderemo quella piccola ma intensa luce che portano nella nostra vita.
Per questo ho deciso di ospitare una pink ribbon breakfast.

E chiunque altro si voglia unire, di persona alla colazione, o online con una donazione, ha tutta la mia gratitudine. Grazie, di cuore.

http://www.pinkribbonbreakfast.co.nz/page/breakfastatelisas


giovedì, novembre 07, 2013

Come Alice dentro il Buco

"Faccio un salto in Italia"

Cioe', riesco pure a suonare sborona per l'overdose di nonchalance usata in questa frase. Come se prendere armi e bagagli e saltare su di un volo intercontinentale per un viaggio organizzato in 5 giorni fosse normale amministrazione.
Sai, ormai ci sono abituata, che vuoi che sia. Sono una viaggiatrice esperta, io.

Si', come no. Andatelo a dire alla mia colite.

Ed infatti ogni volta che mi ritrovo a viaggiare da sola tra quelle due dimensioni separate che nella mia testa sono la mia vita in Italia e la mia vita in Nuova Zelanda, io mi sento come Alice.
Ed esattamente come Alice quando sta cadendo nel buco della tana del Bianconiglio.

Tutte quelle ore del viaggio tra qui e li' diventano sempre una sequenza di immagini indistinte e sovrapposte di film, luci artificiali, annunci all'altoparlante, orologi, esercizi di stretching, sete, sonno, docce calde e the rigeneranti, libri e cibo artificiale, e l'unica sensazione che rimane definita di questo viaggio - letteralmente -  nel tempo e' quella di sballottamento e confusione.

Poi d'un tratto atterri di la', e una delle tue vite ricomincia come se l'altra non esistesse nemmeno.

Sperando ogni volta che invece del salto nel buco di Alice potessi avere l'armadio di Narnia...


(PS. come sempre, in caso di catastrofe aerea, valgono i vari testamenti disseminati su questo blog ogni volta che sto per partire! Ci si vede di la', forse...)

giovedì, ottobre 10, 2013

Una storia lunga 50 anni

Se mi fermo un attimo a pensare, pure a me verrebbe da chiedermi perche' abbia tanto a cuore una tragedia cosi' lontana - nel tempo e nello spazio - da me adesso. Che di tragedie, eccidi, guerre, massacri gia' solo nell'arco della mia vita ce ne sono stati troppi di piu' di quanti riesca a ricordare.

Pero' alcuni di questi terribili episodi toccano delle corde precise al nostro interno e ti capita ad esempio di ritrovarti li', nella sala di aspetto della stazione di Bologna, a fissare un'orrenda cicatrice sul muro e a leggere di nuovo i nomi e le eta' di quelle persone su quella lapide. Ogni volta che passi di li'.

Oppure vedi una sera un capolavoro teatrale e ti appassioni alla storia vergognosa quella diga cosi' imponente, la diga di cui il babbo ti ha sempre raccontato perche' come rappresentante passava spesso da quelle zone e lui se lo ricorda bene quel 9 ottobre di 50 anni fa. E il babbo ti ha sempre detto che la diga aveva retto, che era costruita bene perche' ci aveva lavorato gente che sapeva il suo mestiere e quella frana era stata un evento imprevedibile. Perche' e' quello che sostenevano tutti.

Poi invece scopri che il monte Toc l'ha fatto cadere non la geologia, ma quella parte inestirpabile della natura umana che e' la cupidigia. Ed e' forse proprio questo il motivo che ti lega al Vajont e te lo fa vedere come l'esempio piu' fulgido di cosa possa fare, o meglio in questo caso rifiutare di fare, l'essere umano di fronte alla scelta fra il buon senso e un personale rendiconto.
Questa e' la storia della SADE che viene definita uno stato nello stato molto tempo prima che questa frase diventasse parte della retorica italiana e che riesce ad ottenere quello che vuole e continua a volere di piu'; la storia di esperti messi a libro paga che sacrificano la loro dignita' facendo finta di non vedere; quella di tecnici ed ingegneri che pur di non rinunciare alla loro opera perfetta provano a mettere una pezza invece di chiudere tutto e ricominciare da zero, da un'altra parte; quella di commissioni di governo pilotate, verita' taciute, documenti incriminanti 'dimenticati' in un cassetto e tante tante mazzette di soldi passate sotto i tavoli perche' ormai ci si era investito troppo e non era concepibile tirarsi indietro adesso.

Ma soprattutto per me e' la solita vecchia storia che ha ognuno di noi come coprotagonista. Perche' magari nessuno ha fatto fuori un intero paese a causa di decisioni dettate solo dal proprio tornaconto, ma sono sicura che ciascuno di noi si sia trovato nella vita a far finta di non aver visto, all'averci messo una pezza sperando non se ne accorgesse nessuno, al non aver agito perche' tanto non ne valeva la pena od ancora peggio all'aver agito giustificandosi con il terribile 'ma cosi' fan tutti'.
Inutile nascondersi dietro un finto buonismo, la colpa e' nostra se la storia di quella diga che doveva essere la piu' alta del mondo ci suona familiare perche' vista in scena innumerevoli volte con protagonisti diversi (la casa dello studente a L'Aquila, la Costa Concordia, Ustica...e posso continuare per ore).
Non si puo' pretendere che cambino gli altri se prima non ci proviamo noi.

Ed il Vajont e' ancora li', dopo 50 anni, magnifico orrore che potrebbe ancora insegnarci tantissimo, se solo lo volessimo davvero.




domenica, settembre 01, 2013

10 anni fa (*)

(* eh lo so che l'ho gia' scritto su facebook, ma oggi e' giornata amarcord di quelle pesanti, quindi zitti e leggete)

10 anni e mezzo fa decisi che era l'ora di partire.

A me ogni tanto capita, di partire. Ma quella fu una volta speciale, perche' fu la prima in cui il desiderio di andarsene non rimase solo un desiderio.
Quella volta, per la prima volta io partii davvero.

Destinazione la calda ed antica Grecia, una compagna di viaggio perfetta, tutti i fogli in ordine, esami organizzati e per il resto ci avremmo pensato sul posto. Fu cosi' che 10 anni fa precisi la Mamma carico' fino all'inverosimile la vecchia Uno - la mitica Pitti - prese queste due naturaliste in erba un po' confuse e ci traghetto' al di la' dell'Adriatico, verso quella che sarebbe stata una delle esperienze più importanti della mia vita.

Quando arrivammo al porto ed imparai la mia prima parola in greco moderno - panepistimio, università - per chiedere disperatamente informazioni, non sapevo ancora che mi sarei innamorata follemente di quella terra accogliente e sospesa nel tempo.

Quando cercavamo disperatamente qualcuno negli uffici dell'universita' che ci dicesse dove andare, dormire, mangiare, non sapevo ancora che avevo messo in moto un'avventura che mi avrebbe cambiata per sempre.

Quando quel romagnolo sorridente arrivo' ad aiutarci scaricare la macchina, non sapevo ancora che sarebbe stato il mio personale equivalente del memorabile "Sai, Louis, penso che questo sia l'inizio di una bella amicizia".

Quando quella sera ci ritrovammo in una taverna deserta - che per i greci alle 20 mancano ancora un paio d'ore buone all'ora di cena - a mangiare la prima di innumerevoli bistecche di maiale ed a bere la prima di innumerevoli bottiglie di vino scadente, mai avrei immaginato che quello era l'inizio di un periodo intenso ed irripetibile, di sicuro uno dei piu' belli di tutta la mia vita.

10 anni fa, oggi, iniziava l'avventura che mi avrebbe insegnato molto sul valore dell'amicizia, l'importanza dell'indipendenza, il rispetto per la diversità e l'amore per la libertà.

E che mi avrebbe regalato quella voglia costante di conoscere, vedere, esplorare che da allora non mi ha più abbandonata.



martedì, agosto 27, 2013

La verita' del grillo parlante



Ecco, tutti secondo me lo hanno frainteso, il povero Grillo Parlante.
(Non che non si meritasse la fine che poi ha fatto, sia chiaro, una ciabattata nel muso a chi dice sempre quello che pensa prima o poi non gliela leva nessuno, ci mancherebbe.)

Lui non parlava francamente alle persone per dare consigli non richiesti o cercare di stimolare chi non voleva ammettere la verita'. No no, proprio zero. Sai che gliene poteva fregare al grillo di un burattino cleptomane e bugiardo, bono giusto per farci un bel fuoco a Natale.
La realta' e' che non ne poteva piu' di reggere il balletto sociale delle ipocrisie, o detto piu' aulicamente, ci aveva le balle piene della gente che se la sona e se la canta da sola e voi dovete pure applaudire alla fine:

Ci hai il ragazzo che ha l'equivalente intellettivo del vuoto assoluto e vuoi averci un figlio? Mai pensato alla fecondazione in vitro con donatore esterno? No, eh...beh speriamo prenda tutto dalla mamma.
Ci hai la tresca col collega di lavoro ed il tuo ragazzo lontano sta per venire a trovarti? Ok, bene, almeno puoi cedergli il tuo letto che tanto te dormi col collega e si risparmia tutti spazio, no?
Ti sono mancata tantissimo, io? Ah, sarebbe bello poter dire altrettanto.

Insomma, e' che nella vita ad un certo punto capita che non ci hai piu' voglia di mantenere le facciate altrui. Di solito succede quando hai superato gli 80 anni di eta', che gia' ti tocca mettere tutti i giorni il tenalady e i nipoti ti chiamano solo quando vogliono soldi che mammamia ma il rispetto dov'e' e ai tempi tuoi era tutta un'altra cosa, figurati se hai voglia di tenere per te il fatto che quelle labbra rifatte la fanno davvero sembrare la scialuppa di salvataggio della Concordia e comunque lo sanno tutti che senza il cialis suo marito sarebbe a competere con le lumache.

Ecco, poi a volte, a certa gente - che noi qui chiameremo grillo parlante per mantenere l'anonimato - capita di diventare intollerante verso il prossimo e i suoi teatrini con un leggero anticipo rispetto alla data accettabile per la societa' moderna.

Un leggero anticipo di circa 45 anni.

Ma alla fine e' davvero cosi' grave?

(Si')

martedì, giugno 25, 2013

Come la vedo io

Per come la vedo io, mi pare semplice.

Ma si sa, io vivo al di la' del mare ed in quelle strane lande le notizie arrivano distorte dall'orizzonte.
Spesso perdono per la strada tutte le sovrastrutture creategli addosso laddove nascono.

Quello che vedo io e' un gruppo di persone talmente ricche e privilegiate da aver perso totalmente il contatto con quella realta' - anch'essa a sua volta molto piu' ricca e privilegiata di tante altre - che li circonda.
Questo gruppo di persone, spesso anziane, potenti e senza molto interesse per chi non faccia parte della loro cerchia di amici e parenti, si sono permesse di fare i loro comodi per tanto, troppo tempo, godendo spesso di un'impunita' autoprodotta ed ammirata dalla gente comune che contina a dar loro potere per fiducia (?) o rassegnazione.

Poi a volte accade che queste persone si lascino prendere un po' la mano, forse pensano davvero di essere intoccabili e migliori degli altri, forse tutte le feste, i party in costume, le serate eleganti e quelle bunga-bunga li hanno portati a credere di vivere in un mondo dorato al di fuori della comune decenza. E della legge.
Ed io ci credo che a loro sembri poi del tutto normale vantarsi al telefono di aver illegalmente acquisito una banca o dire che quella casa li' gli e' stata regalata a sua insaputa.
O telefonare alla procura sostenendo che quella ladra minorenne li' in realta' e' la nipote di Mubarak, anche se di diversa nazionalita'.

(che se devo dire la verita', a me questa cosa della nipote di Mubarak e e' sempre sembrata la battuta finale di una barzelletta sconcia)

Che per loro alla fine l'importante e' rimanere nelle proprie poltrone e continuare a fare i propri comodi senza essere disturbati. E che fastidio e che sorpresa, che indignazione e forse che paura, quando ad uno di loro viene ricordato che se ti beccano con le mani nel vasetto della marmellata manco il Dio degli avvocati te la puo' scansare questa volta.

Son cose che uno ci rimane male, sono limitazioni della propria personale idea di poter fare tutto quel ca**o ti salti per la mente in quel momento. E a che serve essere potenti e ricchi se poi si deve davvero rendere di conto delle proprie azioni?

Al solito, in un paese con una mentalita' diversa a questo punto la persona beccata si ritirerebbe dalla scena con la poca grazia e dignita' rimastagli, che altrimenti lo verrebbero a trascinare via con l'uncino usato contro i dilettanti molesti nelle rassegne di cabaret.
Ma ci vorrebbe un paese dove persone del genere non fossero a loro volta adulate e sostenute strenuamente da una moltitudine di altre che per ignoranza, interesse, mentalita', genuina convinzione, bastiancontrariesmo, antipatia per l'avversaro o semplice gusto del macabro continuano imperterrite ad ascoltarle.

Nel silente ed apatico disinteresse di tutti gli altri.


martedì, maggio 14, 2013

Che Schifo

Mai stata brava a scrivere seriamente.
O a lanciare invettive.
O peggio ancora a mettere su carta (virtuale) una mia opinione in maniera chiara e logica.

Quindi di solito evito di farlo e confino le mie idee ad essere esposte a voce, meglio se a cena o nel dopocena con un po' di VitaminaR nel bicchiere.

Pero' oggi non posso davvero trattenermi nello scrivere a tutti voi il mio schifo. Che parola migliore non c'e' per descrivere quello che provo nel leggere la cronaca italiana in questi giorni.

E la cosa piu' brutta e' che tutto questo schifo non sia tanto dovuto al fatto che sia stato creato un governo che non rispecchia i voti degli elettori di nessun schieramento politico, annullando di fatto la base costitutiva della democrazia.
O che non ci sia una parvenza di programma per gestire un paese sempre piu' simile alla Costa Concordia che ad un'economia da G8 e che l'unica cosa che dovevano fare - cambiare una legge elettorale da stato africano - sia saltata di nuovo.
O che non siano stati capaci di eleggere serenamente un Presidente della Repubblica e ci abbiano rimesso un 87enne, il cui fra l'altro ha fatto il culo a tutti.
E che i suddetti tutti si stessero spellando le mani dagli applausi quando il suddetto nonno li prendeva a calci nel deretano, manco la capacita' di capire quando stare boni e zitti.
Che l'unico cambiamento viene da un movimento con tanta buona volonta' ma anche poca chiarezza al suo interno.
Che questa gente continui a godere di benefici unici nel mondo occidentale mentre intorno i lavoratori si suicidano.
Che si rimanga ancora in balia di un povero vecchio pedofilo con manie da dittatore dello stato di bananas che non si sa bene perche' non solo sia ancora li' ma abbia cosi' tanto potere da poter ricattare tutti gli altri.
Che i condannati siedano su poltrone e deliberino sul modo di governarci.

Che il Ministro dell'Interno, capo della sicurezza nazionale, garante della costituzione e dei diritti civili, partecipi ad una manifestazione contro la magistratura, ovvero uno dei tre organi dello stato.
Gesto che in ogni paese democratico e pure semi-democratico e' considerato eversione pura.

No, io non ce l'ho con tutto questo, non mi arrabbio per le interviste della Santache', le gaffes della Lombardi o i discorsi da cardinale grigio di Dalema (notare la par condicio del mio schifo).

No.
Tutto il mio schifo e' rivolto alla scioccante passivita' con cui noi Italiani subiamo tutto questo.
Giusto un paio di post su facebook o qualche commento di blogger-giornalisti.
E basta.

Comportamento che significa una cosa sola: ci va bene cosi', e allora ce lo meritiamo.
Che schifo.

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