giovedì, ottobre 10, 2013

Una storia lunga 50 anni

Se mi fermo un attimo a pensare, pure a me verrebbe da chiedermi perche' abbia tanto a cuore una tragedia cosi' lontana - nel tempo e nello spazio - da me adesso. Che di tragedie, eccidi, guerre, massacri gia' solo nell'arco della mia vita ce ne sono stati troppi di piu' di quanti riesca a ricordare.

Pero' alcuni di questi terribili episodi toccano delle corde precise al nostro interno e ti capita ad esempio di ritrovarti li', nella sala di aspetto della stazione di Bologna, a fissare un'orrenda cicatrice sul muro e a leggere di nuovo i nomi e le eta' di quelle persone su quella lapide. Ogni volta che passi di li'.

Oppure vedi una sera un capolavoro teatrale e ti appassioni alla storia vergognosa quella diga cosi' imponente, la diga di cui il babbo ti ha sempre raccontato perche' come rappresentante passava spesso da quelle zone e lui se lo ricorda bene quel 9 ottobre di 50 anni fa. E il babbo ti ha sempre detto che la diga aveva retto, che era costruita bene perche' ci aveva lavorato gente che sapeva il suo mestiere e quella frana era stata un evento imprevedibile. Perche' e' quello che sostenevano tutti.

Poi invece scopri che il monte Toc l'ha fatto cadere non la geologia, ma quella parte inestirpabile della natura umana che e' la cupidigia. Ed e' forse proprio questo il motivo che ti lega al Vajont e te lo fa vedere come l'esempio piu' fulgido di cosa possa fare, o meglio in questo caso rifiutare di fare, l'essere umano di fronte alla scelta fra il buon senso e un personale rendiconto.
Questa e' la storia della SADE che viene definita uno stato nello stato molto tempo prima che questa frase diventasse parte della retorica italiana e che riesce ad ottenere quello che vuole e continua a volere di piu'; la storia di esperti messi a libro paga che sacrificano la loro dignita' facendo finta di non vedere; quella di tecnici ed ingegneri che pur di non rinunciare alla loro opera perfetta provano a mettere una pezza invece di chiudere tutto e ricominciare da zero, da un'altra parte; quella di commissioni di governo pilotate, verita' taciute, documenti incriminanti 'dimenticati' in un cassetto e tante tante mazzette di soldi passate sotto i tavoli perche' ormai ci si era investito troppo e non era concepibile tirarsi indietro adesso.

Ma soprattutto per me e' la solita vecchia storia che ha ognuno di noi come coprotagonista. Perche' magari nessuno ha fatto fuori un intero paese a causa di decisioni dettate solo dal proprio tornaconto, ma sono sicura che ciascuno di noi si sia trovato nella vita a far finta di non aver visto, all'averci messo una pezza sperando non se ne accorgesse nessuno, al non aver agito perche' tanto non ne valeva la pena od ancora peggio all'aver agito giustificandosi con il terribile 'ma cosi' fan tutti'.
Inutile nascondersi dietro un finto buonismo, la colpa e' nostra se la storia di quella diga che doveva essere la piu' alta del mondo ci suona familiare perche' vista in scena innumerevoli volte con protagonisti diversi (la casa dello studente a L'Aquila, la Costa Concordia, Ustica...e posso continuare per ore).
Non si puo' pretendere che cambino gli altri se prima non ci proviamo noi.

Ed il Vajont e' ancora li', dopo 50 anni, magnifico orrore che potrebbe ancora insegnarci tantissimo, se solo lo volessimo davvero.




2 commenti:

Viviana Zanetti ha detto...

Brava!
Bello!
Intelligente!

Anonimo ha detto...

...povera italietta...a volte penso dovremmo fare come te, andar via, davvero...nessuno inizia per primo, nessuno sceglie di cambiare per il bene del "mondo", e i pochi che lo fanno finiscono presto pronunciando proprio la frase "Lo fanno tutti."

Sara

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